Carni e salumi, eppur (qualcosa) si muove

Il 2019 è un anno di consolidamento per i salumi italiani. L’export, ad esempio, vive una fase di assestamento rispetto agli ottimi traguardi degli ultimi anni. Dal 2008 al 2018 le esportazioni di salumi italiani sono passate da 107mila a quasi 182mila t (+70%) e da 837 milioni di euro a 1,5 miliardi (+83%). La crisi economica e la stagnazione dei consumi interni hanno spinto le aziende a cercare opportunità oltre i confini nazionali, prima nei Paesi comunitari (che nell’ultimo decennio hanno registrato una crescita del 70% a volumi e del 76% a valore) e poi ai Paesi terzi (che nello stesso periodo hanno segnato un +72% a volumi e un +112% a valore). Ne parliamo con Davide Calderone, direttore di Assica, l’associazione industriali delle carni e dei salumi aderente a Confindustria: “Rimanere sui livelli raggiunti è un obiettivo tutt’altro che banale, soprattutto ora che stiamo assistendo al ritorno di politiche commerciali protezionistiche in molti Paesi terzi, mentre il mercato europeo appare debole. Per quanto riguarda i consumi interni, invece, registriamo un miglioramento rispetto ai primi mesi del 2018, soprattutto nel canale della gdo; i consumi però restano fiacchi e l’aumento del prezzo della carne suina, dovuto alla pressione della domanda cinese, rischia di dirottare gli acquisti verso prodotti succedanei”.

A maggio è stato convertito in legge il Decreto emergenza in agricoltura che prevede l’istituzione di un fondo suinicolo nazionale con una dotazione di un milione di euro per l’anno in corso e di altri quattro per il 2020.

In un contesto internazionale mutevole e dinamico come questo abbiamo sollecitato più volte soluzioni ai nostri interlocutori politici per rendere il settore più moderno, capace di rispondere agli standard produttivi internazionali e alle richieste di consumatori sempre più attenti alla qualità del prodotto e del processo produttivo in un’ottica di trasparenza e rispetto di tutta la filiera. Registriamo, dunque, con estremo favore la previsione nel Decreto di un apposito fondo per l’ammodernamento, l’innovazione e la promozione del settore suinicolo. Un concreto segnale di attenzione che conferma quanto il nostro settore e tutto l’agroalimentare siano al centro del rilancio del Paese. Oggi il nostro settore è minacciato dalla forte volatilità che si riscontra sul mercato e dalle continue scosse spesso provenienti dall’esterno. Una filiera efficiente, trasparente e dotata di adeguati strumenti di controllo e di promozione è senza dubbio l’obiettivo da raggiungere. In questo senso, gli euro stanziati sono un primo importante passo e per questo è strategico che siano emanate misure di attuazione per consentire una tempestiva ed efficace allocazione delle risorse alle imprese. In modo che possano essere utilizzate quanto prima, con chiarezza e rigore certo, ma anche con semplicità.

L’accordo bilaterale con il Canada ha deluso il settore dei salumi?

Abbiamo apprezzato l’entrata in vigore del Ceta. Assica ha sempre posto tra le priorità l’apertura di nuovi mercati e l’abbattimento delle barriere tariffarie e non nell’ambito del commercio internazionale, identificando nell’export verso i Paesi terzi un irrinunciabile volano di crescita per il settore. Con il Ceta i negoziatori Ue hanno raggiunto un ottimo accordo, magari perfettibile, ma senza il quale i nostri salumi Dop e Igp in Canada oggi non avrebbero alcuna protezione. Per la prima volta, infatti, sono state introdotte norme di tutela e riconoscimento delle Indicazioni geografiche nell’accordo con un Paese in cui, storicamente, prevale la tutela della proprietà industriale. La coesistenza tra Ig e trade mark non è la soluzione definitiva, ma rappresenta un passo avanti fondamentale nella lotta all’italian sounding, favorito proprio dalla totale mancanza di protezione. Basta vedere cosa è avvenuto in passato proprio in Canada e cosa sta accadendo in questi anni in Russia, dopo l’embargo.

Cosa vi aspettate dall’entrata in vigore dell’accordo bilaterale con il Giappone?

Il Giappone è per i salumi italiani un mercato molto importante: il terzo mercato di riferimento tra i Paesi terzi con quattromila t esportate, per un valore di circa 40 milioni di euro. Negli ultimi anni il Paese nipponico ha ridotto le importazioni, ma i prodotti italiani sono sempre molto apprezzati, tanto che l’Italia resta il primo esportatore verso il Giappone.

L’auspicio è che l’intesa raggiunta consenta di aumentare l’export di carni suine e salumi. Due punti sono fondamentali: la riduzione dei dazi che renderà le condizioni per esportare più favorevoli e il riconoscimento della protezione a una lista di oltre 210 Dop e Igp europee, tra cui alcuni nostri importanti prodotti.

Rispetto al primo punto, Tokio applica uno schema articolato che prevede sia un dazio ad valorem, sia uno specifico. Lo schema sarà mantenuto, ma riducendo gli importi. Per i prodotti a base di carne suina, è prevista una riduzione graduale dei dazi che porterà al loro azzeramento tra il sesto e l’11esimo anno dall’entrata in vigore dell’accordo a seconda del prodotto; per le carni suine è previsto un sistema di dazi ad valorem che scenderà dagli attuali 4 €/kg a 0,40 nell’arco di 10 anni. Per le carni bovine, invece, i dazi scenderanno dal 38 al 9% entro 15 anni. Per quanto riguarda il secondo punto, poi, il Giappone ha accettato di riconoscere la protezione di Bresaola della Valtellina, Mortadella Bologna, Prosciutto di Parma, Prosciutto di San Daniele, Prosciutto Toscano, Zampone Modena.

A marzo, intanto, è stato firmato il protocollo che definisce le condizioni per l’export di carne suina congelata dall’Italia in Cina.

Ecco, l’accordo con la Cina rappresenta uno straordinario punto di partenza per arrivare a ottenere nel prossimo futuro l’apertura del mercato cinese a tutta la gamma dei prodotti suini, lavorati sull’intero territorio italiano.

Jessika Pini

Carni e salumi, eppur (qualcosa) si muove - Ultima modifica: 2020-04-24T09:00:59+00:00 da Redazione Meat

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